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Per avere successo oggi BASTA barare

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Per avere successo oggi BASTA barare

“Ho fallito perché ho una morale, e questa è la sconfitta più grande.”

Nelle ultime settimane non si fa che parlare di quante donne (ma anche uomini), in cambio di prestazioni sessuali, abbiano ottenuto parti di rilievo in film e programmi televisivi e di quanto tutto questo sia riprovevole e disgustoso. Il pubblico si divide tra chi accusa le star di aver denunciato l’abuso con (un tutt’altro che ingenuo) ritardo e chi le difende, ergendole a vittime innocenti di registi e produttori famelici e malati.

Ciò che accomuna però tutti coloro che si pronunciano a riguardo è il senso di indignazione di fronte a quello che altro non è che un INGANNO.

Un inganno nei confronti di chi si era candidato per partecipare ai casting per una parte poi di fatto venduta e nei confronti di chi i film o il programma TV lo guarda semplicemente. Che questo genere di meccanismo abbia la stessa età del cinema stesso è facile da intuire, ma se crediamo che questo tipo di inganno esista solo in determinati ambiti, ci sbagliamo. L’INGANNO più grande della nostra generazione è quello che fa leva sull’apparente TRASPARENZA dei NUMERI su cui Instagramer, Blogger e Influencer costruiscono una carriera e un guadagno.

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Aprendo un qualsiasi profilo Facebook o Instagram noi non possiamo vedere altro che dei numeri. Quando esistevano semplicemente i blog, senza i corrispettivi profili social, era impossibile immaginare il reale seguito che questi avevamo, oggi invece, al di là dei dati di Insight (accessibili solo ai titolari dell’account), ci è possibile avere un’idea precisa di quale e quanta sia la celebrità della persona (o del marchio) che seguiamo. Insomma, se fosse  vero che la matematica non è un’opinione, basterebbe dare un’occhiata a quanti followers e like per post vanta un certo profilo per avere la certezza che i contenuti siano realmente apprezzati da un seguito tanto nutrito. Invece non è così, spesso se non spessissimo accade che quei numeri siano solo uno specchio per allodole, un INGANNO, appunto.

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A denunciare la questione sono alcune delle più seguite blogger del web, quelle che però questo lavoro l’hanno iniziato in tempi non sospetti, quando Chiara Ferragni, per intenderci, si piastrava i capelli senza ritegno e metteva la matita nera come una emo. Due nomi tra i diversi che si potrebbero citare, sono quelli di Lucia Del Pasqua (The Fashion Politan) e Irene Colzi (Irene’s Closet).

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Lucia Del Pasqua

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Irene Colzi

Qualche giorno fa Irene Colzi, che vanta 241 mila followers su Instagram e oltre 40 mila iscritti al suo canale YouTube, ha parlato nelle sue Stories, confidando di essersi assentata per un paio di giorni dai social in seguito ad una profonda crisi. Irene ha confessato alle sue followers di essersi molto abbattuta per essersi scontrata con una realtà terribile del mondo dei social: quella della compravendita di seguaci e, va da sé, di ingaggi e guadagni. La fashion blogger fiorentina ha spiegato come, dopo anni di lavoro duro, impegno e fatica profusi al fine di fare della sua più grande passione la sua professione, si è resa conto di come questo sistema sia stato contraffatto dall’esistenza di veri e propri meccanismi di TRUFFA, e di come abbia visto crescere in maniera esponenziale il seguito di ragazze dietro le quali si nascondevano unicamente azioni di compravendita. Lei ha infine ribadito la sua convinzione di proseguire sulla sua strada, lavorando come ha sempre fatto, senza ricorrere a sotterfugi e senza modificare il suo stile. Brava Irene!

Buongiornooo!!! Chi è che inizia con un sorriso questa nuova settimana? ???❤ (Anche se questa mattina quando è suonata la sveglia mi sono chiesta come cavoli fosse possibile che anche questo weekend sia volato così, ma non era 5 minuti fa venerdì sera? ?). Noi oggi iniziamo a girare i video di Nataleeeeee!! Sono super felice dell’arrivo dell’#ireneclostXmas ????⛄ Vi do un piccolo anticipo sulle Instagram Stories ❤ Alla ricerca di albero e decorazioni di Natale mode ON! ? . . .
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A causa di questi meccanismi, la medesima sensazione di sconforto ha assalito un’altra fashion blogger, la creatrice di The Fashion Politan, Lucia, che nelle ultime ore ha postato un articolo che anche noi di dimmi! vogliamo condividere con voi, perché lavorando con i numeri di visualizzazioni e click, in un mondo come questo, lo sconforto ha talvolta colpito anche noi che, come Lucia, se falliremo, lo faremo da vincenti.

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Da thefashionpolitan.com:

Oggi è un giorno no. In genere i miei giorni no hanno una durata di massimo un’ora, questo invece dura da un paio, la fase acuta intendo, i primi sintomi ci sono stati un mese fa.
Un giorno no lungo un mese.
Tasse, sempre più tasse, spese mediche impreviste, gestione sito, casa, insomma, spese e tasse varie. Anche per un lavoro che oggi mi ha fatta piangere.
Ho perso, nella mia professione ho perso.
Mi ci sono trovata anni fa, tra un’insoddisfazione per una redazione e l’altra, sono stata brava, ho cominciato da vincente, poi qualcosa è cambiato, ed io non sono stata in grado di mantenere il podio. Eppure la mia costanza mi ha sempre premiata nel mantenere qualsiasi cosa, a partire dalla forma.

Faccio la blogger, sono una giornalista, scrittrice, autrice, m’invento format, scrivere è la mia vita, e credo lo sarà per sempre, perché come per il cioccolato al latte e la mozzarella, non ne posso davvero fare a meno. In alternativa dovrei andare come minimo una volta a settimana dallo psicologo.
Faccio la blogger e ho un’etica, causa per cui sono una fallita.
Ho lottato anni contro i mulini a vento, contro i fan comprati, per i contenuti, la qualità, per l’originalità e lo storytelling.
Ho lottato davvero tanto. Sono sempre stata un’idealista del cazzo.

“Se non compri fan non andrai da nessuna parte”.

Voi non potete immaginare quante persone mi abbiano e mi continuino a dire questa frase.
È diventato un incubo, specie ogni volta che controllo i numeri del mio Instagram, che sono più bassi di qualsiasi altra persona, anche di chi s’è aperto ieri l’altro il profilo.
Io non so di chi sia la colpa, delle suore, della mia famiglia, delle mie buone amicizie, ma non ce l’ho mai fatta a comprare 1500, 20.000, 30.000 persone finte al giorno.
Così mentre io sono a 5K su Instagram, io che sono sul web da tempi non sospetti, le altre sono a 16K, e mentre io sono a 5,1K, le altre sono a 40K. E così via.
Same story.
Io sarà anche un’incapace, ma c’è anche la moda dello shopping compulsivo.  

Quando lavoro a volte mi pagano il triplo meno di quelle “famose per finta”, e se lo scopro e lo faccio presente alle PR che mi hanno ingaggiata, loro mi dicono che mi chiamano non certo per i miei numeri, che sono bassi, ma perché faccio contenuti di qualità.
Il che dovrebbe farmi piacere, invece mi fa incazzare il dopo.
Poi quando spieghi loro che non sono io ad averli poi così bassi, ma le altre ad usufruire tutti i giorni del Black Friday su Instagram dicono che non è colpa loro se chiamano le influencer finte, ma delle aziende che pretendono i numeri.
Poi parlo con le aziende, e mi dicono che loro non ci capiscono nulla, e che si affidano alle agenzie.
Mi sembrano tutti scemi. Mi sembra l’asilo. Mi sembra di perdere tempo. Mi sento una scema. Mi chiedo perché lo faccia e stia ancora giocando a questo gioco così stupido.

“Tu che conosci tutti, come faccio a chiamare X, lei è seguitissima, devo farle fare un’esperienza dedicata, sai quanto prende?, mi chiede il PR, a me, in mezzo ad un mucchio di colleghe giornaliste, tutte chiamate per fare un’esperienza di gruppo a gratis, ovviamente.
No, questa non è come la lotta tra giornalisti e blogger, carta stampata e web, ma tra web e web.
Tra guelfi bianchi e guelfi neri, non più tra guelfi e ghibellini, e se non bari perdi.
Io sto mediamente simpatica a giornalisti e PR, e per ovvi motivi sto sulle palle ad un nutrito numero di influencer. Dunque le PR non vedendomi come una smandrappata, o una da foto Instagram con didascalia emoticon-cuore o emoticon-mela e basta, ma più come quella che intervista, che scrive, che non si photoshoppa il buco del culo, mi fanno finire nel calderone dei giornalisti, invitati all’evento con regalino gratis e una lisciata di testa, mentre le altre colleghe da 100K si beccano 2K per foto Instagram più il regalino dell’evento, che io come minimo rivendo su Depop, e magari pure un viaggio alle Maldive col fidanzato.
Ho perso, perché ho sbagliato pure strategia.

Avevo sempre creduto si potesse influenzare in maniera diversa. Illusa.
Avevo sempre creduto che il mio target, dai 25 anni in su, fosse quello interessante per certe aziende, invece che 13-18. Stupida.
Avevo sempre creduto che la naturalezza vincesse.
Avevo sempre creduto nell’unicità.
Avevo sempre creduto che le aziende preferissero non essere truffate.

“Ma non truffi, lo fanno tutte”.
Ok.

“Chiamo X, Y, e Z, perché il loro agente mi fa un pacchetto fisso, loro si mettono le scarpe, mi fanno un post Instagram, e siamo tutti felici”, parola di agenzie.
Tutti chi, scusa?
Non io, che continuo a sbagliare tutto: a proporre storie alle aziende, contenuti basati sull’autenticità, mica culo, tette, bocche e gambe. Photoshoppate.
“Non abbiamo budget per questo”.
Invece c’è sempre il budget per il culo.
Lo so che tante aziende e agenzie hanno creduto e continuano a credere in me (grazie, davvero), so anche che col mio blog ci campo, ma sono una fallita lo stesso, se devo fare dei paragoni. Ed è normale che li faccia.

Adesso i contenuti sono riconducibili a Instagram e io ho rifatto il blog. Adesso non scrive più nessuno, ma si fa fare foto, mentre io continuo a scrivere, e a farmi fare qualche foto non sexy.
Il dramma è che non sono affatto pentita della mia scelta.
Testarda come un mulo.

“Pensa queste cosa faranno da grandi”, mi dice chi cerca di “consolarmi”.
Sono già grandi e stanno già incassando bene.

Ho perso da vincente.
E se un giorno deciderò di comprare i fan, mai dire mai, vincerò da perdente, e lo farò sapere a tutti.
Il titolo del post sarà questo: “Ho comprato fan, adesso che ne ho più di 100K, chiamatemi a fare la figa a Parigi e pagatemi 5K a foto per postare un rossetto di merda che non regge manco mezzo limone. Deficienti”.

Nel frattempo, voi PR non invitatemi più nei vostri uffici squallidi a provare collanine, mentre le spedite alle influencer pagandole profumatamente, non omaggiatemi di gonne e maglioni pretendendo foto sul mio Instagram dai numeri bassi, non pago le bollette coi maglioni, non scrivetemi se volete da me la foto con il rossettino sui social e basta, non chiamatemi “tesoro”, e non chiedetemi consulenze gratuite, perché non voglio più essere amica di nessuna di voi, non m’interessa.

Ho fallito perché ho una morale, e questa è la sconfitta più grande se fai un lavoro che di per sé ti piace pure tanto. E sottolineo di per sé.
Da qui in avanti farò come le fake influencer: contattate il mio agente, pagatemi tanto sennò nulla, solo che al posto di tette vendo insegne vecchie e invece che culi storie di anziani.
Capito, coglioni?

AMEN, Lucia siamo con te.

Photo credits:

instagram.com

thefashionpolitan.com

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