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Uso e ABUSO dei SOCIAL NETWORK: il male dell’estate

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Uso e ABUSO dei SOCIAL NETWORK: il male dell’estate

Il vero male di questi giorni, caldo e buonismo a parte, è Facebook, o meglio l’ (ab)uso che se ne fa; ciò nonostante non intendo stroncarlo preventivamente, e procederò per gradi.

Dapprima era un luogo ridente, frequentato da ventenni il cui scopo precipuo era quello di tenere sott’occhio le coetanee gnocche, partecipare a test di dubbia validità (“Che principessa Disney sei?” e  “Quanto conosci il dialetto di Capocolonna -Kr- ? i più diffusi), insultare Berlusconi e condividere video musicali o calcistici. Gli utenti erano relativamente pochi, e le loro pagine “ingenue”: un paio di foto, qualche stato, un video di Richard Benson e poco altro.

Col passare del tempo si diffuse la moda dei profili fasulli (nessuno, tra quelli della  “vecchia guardia” può affermare d’esserne stato immune), mentre la chat prendeva sempre più piede: Whatsapp e affini erano ancora di là da venire, e la possibilità di scambiare immagini e faccine in tempo reale, finalmente liberi dal giogo degli MMS (ma quanto costavano?!), portò la qualità delle nostre vite ad un livello successivo (come dimenticare, poi, il misto di ansia e aspettativa dato dal fibrillare dei tre puntini, quando il nostro corrispondente scriveva? Eravamo lì, indifesi di fronte al lampeggiare del cursore, e non appena apparivano le spunte sapevamo di non poterci più nascondere: era finito il tempo in cui potevamo impunemente fingere di non aver visto/letto/ricevuto il messaggio).
Risultati immagini per spunte blu whatsapp
Com’è possibile, quindi, che quello strumento intuitivo, semplice, familiare, sia diventato il ricettacolo di puttanate ch’è ora? Come ha potuto trasformare le nostre paginette “artigianali” in un campionario di copie conformi?
Com’è riuscito a rendersi intrusivo a tal punto da imporci un canovaccio (sarei tentato di usare decalogo) comportamentale inscalfibile, inderogabile, uguale e presente in ogni circostanza?
Possibile che quando facciamo aperitivo “solo noi”, tempestandoci di scatti, sorrisi, mani sulle spalle e amichevoli strizzatine di coglioni non ci rendiamo conto che, come “solo noi”, sta facendo aperitivo il 90% di Facebook (il restante 10% fissa con odio lo schermo da casa, steso sul divano, rimuginando formule astratte come “vacca”, “guarda che capelli”, “zio caio” eccetera).
Un tempo, e non parlo di secoli fa, ogni famiglia possedeva una macchina fotografica buona, o semi buona: chi non l’aveva, correva dal tabaccaio e comprava quella usa e getta; nel corso dell’anno si sviluppavano non più di quindici/venti foto, buona parte delle quali sfocate, scure, con gli occhi rossi, col nonno addormentato, con un pollice a coprire due terzi dei parenti. Era comunque bello “segnare” i momenti dell’anno in quel modo: la fotografia, anche quella più pietosa, rivestiva un significato rituale, durevole, estraneo alla quotidianità. Ora invece bisogna ritrarsi al risveglio, prima di pranzo, mentre si studia, al cesso, prima di uscire, a notte fonda: se nel 2001 nostra madre ci avesse sorpresi a fotografarci mentre studiavamo geografia, tanto per dire, ci avrebbe immediatamente fornito un valido motivo per chiamare il Telefono Azzurro (avremmo mai potuto darle torto?).
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Ora invece dobbiamo essere presenti ogni giorno, e possibilmente farci notare, come se l’ assenza momentanea da Facebook sottendesse in modo inequivocabile la nostra non esistenza: questo fa paura. Ci siamo trasformati, da introversi o estroversi che fossimo, in primedonne e guardoni, senza rendercene conto; circondati da notizie false, ipotesi sgrammaticate, sedicenti esperti, pareri non richiesti, tette finte, massime scopiazzate, rimaneggimenti, lezioni morali e video di rapper.

Quando lo scemo del paese riempiva il bar di cazzate senza capo né coda ridevamo, o scuotevamo la testa senza speranza: ora abbiamo un mezzo onnipotente pieno di scemi da bar che si sentono pienamente in diritto di condividere scempiaggini demenziali con chicchessia. Non c’è più reticenza, e non c’è più  vergogna. Come fossimo tutti nudi nella valle dell’impudicizia.

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