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Caviglie scoperte e jeans skinny: l’uomo del 2017 ci fa rimpiangere persino Tony Manero

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Caviglie scoperte e jeans skinny: l’uomo del 2017 ci fa rimpiangere persino Tony Manero

Da quando la sigla de “L’ispettore Derrick” smise di farmi paura, attorno alla fine del ’97, iniziai ad appassionarmi alla serie. Mi colpirono tre cose, fondamentalmente: le capacità alcoliche dei protagonisti (chi abbia visto anche un solo episodio sa di cosa stia parlando), la necessità filmica che prevedeva immancabilmente la morte di una ragazza di bell’aspetto e la classe dell’ispettore. Ad onor del vero, in tarda età incominciò a somigliare pericolosamente al mio istruttore di scuola guida (o a un Vianello un po’ingrugnito, se vogliamo), ma non è questo il punto: era distinto, aveva un bel portamento e vestiva elegantemente.

 
Avrei alcune riserve sulle trame, a volte un pelo troppo prevedibili, e sul fatto che sgominasse orde di criminali con una pistolina delle dimensioni di un coriandolo, ma posso sorvolare: il personaggio sapeva muoversi, era persuasivo, arguto ed impeccabile.
La sua maschia presenza dominava la scena e, finché l’età gliel’ha concesso, ammaliava le varie comparse femminili.
Dove voglio arrivare, con questo breve panegirico? Ve lo dico subito.


Per mia sfortuna mi sono imbattuto nell’inspegabile scatto raffigurante un calciatore emergente, alcune settimane fa. Nulla da dire sulle sue qualità, o sul suo ultimo discusso trasferimento  (è un professionista, in fondo), ma un tarlo mi rode il cervello: cosa può averlo spinto a farsi “beccare” con quella specie di gonna e la borsetta?
Chi teneva in ostaggio, a baionetta spianata, il suo stilista?
Quale diabolica scommessa può averlo costretto a conciarsi come la Principessa Sissi durante un’escursione in Carinzia?


Mi sfugge, e lo dico con la più assoluta  sincerità,  quel passaggio focale che ci ha trasformati da uomini in giacca (o anche solo in camicia, toh) ad omuncoli con gambette da merlo bene esposte e magliette lunghe come tuniche ma strette, strettissime.


Qui non c’entra nulla l’emulazione, a mio parere:  la mia generazione, come tutte quelle precedenti, puntava su alcuni capi “eletti”, insindacabili (la felpa della Lonsdale, il giubbotto della Walls, le Silver, ecc.), che, per quanto di dubbio gusto, per lo meno assolvevano alla loro naturale funzione (i maglioni ci coprivano a dovere, tanto per dire, e le Silver -pur rivoltanti-calzavano come pantofole).


Al di là della qualità, è il concetto a non convincere, il senso a latitare: per quale motivo dovrei uscire un sabato sera di  gennaio col giubbino di Golia il filisteo (larghissimo, lunghissimo) e le caviglie esposte alle intemperie? Chi mi obbliga ad indossare i pantaloni  quando la maglia della salute che indosso, stampigliata a caratteri cubitali, mi copre chiappette e quant’altro? 
Ripeto, non è una questione di gusto, ma soltano di buonsenso: quando lanceranno il caldo zuccotto di ciniglia per l’estate, scommettiamo che spopolerà?


Basterà appiccicargli un promotore in vista per vedere il fiore della gioventù con questo stracchino squagliato di berretto in testa, e rimarremo sbigottiti alla finestra, coi piedi a mollo nella bacinella e l’ asciugamano bagnato sul collo, senza trovare risposta.
Inutile rimpiangere D’Annunzio,  Clark Gable o qualsiasi altro esempio di eleganza maschile: il dramma è qui, adesso, che iniziano a farci rimpiangere anche Tony Manero.

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